In questa pagina si trova una piccola sezione di termini, concetti e riflessioni presi dalla tradizione Indiana e dalla mia esperienza di vita, che vengono normalmente condivisi durante le lezioni o durante gli incontri gratuiti presso il centro, e che spero siano utili per comprendere i fondamenti su cui si basano le attività dell’associazione.

Samsara


‘Il destino dell’uomo, secondo la visione tradizionale indù, è determinato dalle azioni commesse, i cui effetti, lungi dall’esaurirsi nella vita in corso, determinano ulteriori ritorni all’esistenza sotto spoglie diverse, che nella tradizione classica potevano andare da quelle vegetali fino a quelle divine, anche queste ritenute aspetti transeunti dell’essere. La concezione del samsara, il ripetersi delle reincarnazioni alimentato dal karman, l’agire che porta frutto, è già pienamente consolidata nel IV sec a.C e sentita come il ripetersi della limitazione, della sofferenza, della morte e del vincolo che imprigiona l’anima nella materia. Da qui i tentativi di neutralizzare gli effetti dell’azione per bloccare il meccanismo del karman. Vista l’impossibilità dell’inazione totale, si tentò di risignificare l’agire in un processo consapevole, ove il cammino della ritualità, della devozione e della conoscenza costituirono le tre modalità operative per trasformare la vita e giungere alla liberazione dai vincoli materiali.’ (I signori del cielo – Marillia Albanese)

L’uomo, il sé, nasce, vive, muore e si re-incarna in un continuo e ciclico ripetersi detto Samsara e per uscire da questo ciclo che causa sofferenze e patimenti egli è chiamato ad evolversi nei cicli di re-incarnazione, attuando quelle azioni volte ad innalzare a stati progressivamente superiori la sua coscienza, fino al raggiungimento di uno stato in cui non ci sia distinzione tra oggetto e soggetto, in cui ci sia unione tra il sè e Atman, il tutto.

Divagazioni su materia ed energia


Tutto, la realtà che ci circonda, la terra, l’atmosfera, lo spazio e l’universo, è permeato da energia, una energia ‘universale’. La scienza conferma che noi siamo, per la quasi interezza del nostro volume, fatti di vuoto, e per la minima parte di materia in movimento che, secondo la famosa equazione di Einstein E=mc2, si interconverte in energia. Solo il fatto che ci sia una carica elettrica in movimento (come per esempio quella di un elettrone attorno ad un nucleo positivo) si crea un campo energetico. Noi siamo materia, e dunque energia, che continuamente si trasforma.

Ciò che noi percepiamo è pura illusione e relatività. Basti pensare al fatto che tutto ciò che percepiamo è il risultato di come il nostro corpo è stato progettato per sentire la realtà. Quindi il rosso di una rosa non è intrinseco alla rosa stessa, ma al modo in cui il nostro occhio è stato progettato per percepire quella certa vibrazione dello spettro visivo. Chissà quanti fenomenti accadono proprio attorno e di fronte a noi, senza essere preparati o minimamente equipaggiati per percepirli! Gli studi di fisica sub atomica degli ultimi decenni sono arrivati più o meno alle medesime conclusioni che le antiche filosofie orientali avevano raggiunto qualche migliaio di anni prima. Studi effettuati negli acceleratori di particelle, pubblicati su riviste scientifiche nel campo delle alte energie, hanno rivelato che le particelle subatomiche si comportano in un certo modo, dipendentemente dal campo di osservazione (cioè dal tipo di particelle e dalla velocità con cui venivano bombardate, dai mezzi utilizzati, ecc..).

Un punto di unione importante: la ‘rappresentazione’ della realtà dipende da chi e come la osserva. Basti pensare che una stessa situazione, come anche una persona, a seconda del nostro umore o stato psicofisico potrà sembrare piacevole, come pure insopportabile.

Il velo di MAYA

Seguendo il medesimo ragionamento, banalmente si può dire che in molti casi, la realtà è o ci sembra un po’ come la vogliamo vedere noi in quel particolare momento, o come vogliamo raccontarcela, sia per un fattore intrinseco dovuto alle nostre limitazioni, di come noi percepiamo fisicamente la realtà, sia perché influenzati dal nostro vissuto, dalle nostre storie familiari, dalle nostre aspettative, dalla nostra attitudine ad affrontare la realtà. Questo fenomeno è stato descritto negli antichi testi come Maya, l’illusione, la visione fallace della realtà, l’ignoranza, intesa come mancanza di conoscenza, Avidya. Il primo ad aver utilizzato l’espressione ‘il velo di Maya’ fu in tempi molto più recenti, il filosofo Shopenauer.

‘Questo «velo», di natura metafisica e illusoria, separando gli esseri individuali dalla conoscenza/percezione della realtà (se non sfocata e alterata), impedisce loro di ottenere moksha (cioè la liberazione spirituale) tenendoli così imprigionati nel saṃsāra, ovvero il continuo ciclo delle morti e delle rinascite. Similmente alla metafora della caverna di Platone, l’uomo (e quindi l’intera umanità) è presentato come un individuo i cui occhi sono coperti dalla nascita da un velo; quando se ne libererà, la sua anima si risveglierà dal letargo conoscitivo (o avidyã, ignoranza metafisica) e potrà contemplare finalmente la vera essenza della realtà. Le numerose ed eterogenee correnti induiste attribuiscono significati e funzioni differenti a questo concetto: le correnti dualistiche (come ad esempio gli Hare Krishna) la interpretano come il «velo» che separa l’essere individuale dal riscoprire la propria relazione con Dio, che essi identificano con Krishna; mentre presso le scuole moniste (come, ad esempio, l’Advaita Vedānta) questo «velo» è rappresentato dall’identificazione con il corpo, con la mente, con l’intelletto e con la propria stessa individualità, il senso dell’io (ahamkara), ovvero tutto ciò che ricopre e riveste l’Ātman (unica entità eterna ed immortale), impedendo di riconoscere la propria identificazione con esso ed illudendo così l’anima individuale di essere un individuo distinto dal tutto’ (Māyā – Wikipedia).

Dunque nel cammino personale di ricerca della felicità il primo passo è quello di sollevare quella coperta polverosa di pregiudizi, di aspettative, giudizi e di filtri che non ci permettono di vedere la realtà per quella che è nella sua pura essenza, che in ultima analisi ci causano sofferenza.

Siamo fatti di energia, vuoto, pensiero


Dunque tutto è fatto di vibrazioni, di energia che si esprime in un continuo flusso che ci permea, che permea l’ambiente circostante e l’universo intero, come in una danza pulsante. Una decina di anni fa mi capitò in mano un libro bellissimo: ‘Il Tao della Fisica’ di Fritijof Capra (Premio Nobel per la Fisica). Lo aprìi, e lessi la prima pagina. Non riuscìi più a smettere finchè non riuscìi a finirlo. E’ una delle letture più interessanti ed appassionanti che abbia mai fatto.

“In un pomeriggio di fine estate, seduto in riva all’oceano, osservavo il moto delle onde e sentivo il ritmo del mio respiro, quando all’improvviso ebbi la consapevolezza che tutto intorno a me prendeva parte ad una gigantesca danza cosmica. Essendo un fisico, sapevo che la sabbia, le rocce, l’acqua e l’aria che mi circondavano erano composte da molecole ed atomi in vibrazione, e che questi a loro volta erano costituiti da particelle che interagivano tra loro creando e distruggendo altre particelle. Sapevo che l’atmosfera della terra era continuamente bombardata da una pioggia di “raggi cosmici”, particelle di alta energia sottoposte a urti molteplici quando penetrano nell’atmosfera. Tutto questo mi era noto dalle mie ricerche nella fisica delle alte energie, ma fino a quel momento ne avevo avuto esperienza solo attraverso grafici, diagrammi e teorie matematiche. Sedendo su quella spiaggia, le mie esperienze precedenti presero vita; “vidi” scendere dallo spazio esterno cascate di energia, nelle quali si creavano e distruggevano particelle con ritmi pulsanti; “vidi” gli atomi degli elementi e quelli del mio corpo partecipare a questa danza cosmica di energia; percepii il suo ritmo e ne “sentii” la musica; e in quel momento seppi che questa era la danza di Śhiva, il Dio dei Danzatori adorato dagli Indù.”

Per la prima legge della termodinamica tra due particelle nel vuoto intercorre un’energia direttamente proporzionale alle loro masse, ed inversamente proporzionale alla loro distanza. Dunque la terra è attraversata dall’energia di cui è investita dagli altri corpi celesti e dall’universo intero, ed energia produce essa stessa attraverso i movimenti del magma negli strati più profondi sotto la crosta terrestre. Essa scorre lungo le nâdi, i meridiani energetici.

Chakra


Anche il nostro corpo è attraversato da nâdi. Le nâdi scorrono attraverso il corpo e si incontrano in punti specifici, formando dei vortici di energia chiamati ‘chakra’, ‘ruota’ in sanscrito. Nel corpo umano ce ne sarebbero circa 72.000, ma quelli principali si snodano lungo la colonna, incrociandosi proprio in corrispondenza delle ghiandole secondo questo schema:

1chakraE si chiamano dal basso verso l’alto:

  1. Muladhara Chakra,
  2. Svadhistana Chakra,
  3. Manipura Chakra,
  4. Anahata Chakra,
  5. Vishuddha Chakra,
  6. Ajina Chakra,
  7. Sahasrara Chakra.

I flussi all’interno del nostro corpo trasportano energia, che si somma a quella che ci arriva dalla terra e dall’universo intero, e a quella che generiamo noi con la nostra materia, i nostri pensieri. Perché anch’essi, come prodotto della nostra mente materiale, fatta di energia, sono energia. A questo punto possiamo tranquillamente dedurre che la separazione tra noi e gli altri, tra la nostra mente e il corpo, tra noi e l’ambiente in cui viviamo sia puramente una convenzione semplicistica, il tutto è correlato, ed è un unico sistema pulsante e vivente in cui ogni parte dipende dalle altre e di cui noi siamo solo uno degli inseparabili ingredienti.

La qualità del flusso dell’energia che attraversa il nostro corpo ed i chakra influenza in modo molto potente la condizione psicofisica dell’individuo. Laddove verrà a crearsi un disequilibrio nel modo in queste energie scorrono attraverso il nostro fisico, questo potrebbe concretizzarsi nell’insorgere di vere e proprie patologie.

Ed in che modo coadiuvare questo flusso di energie ed il processo di liberazione e apertura al mondo?

Yoga


Nel corso della storia dell’uomo sono state elaborate varie metodologie e tecniche che contemplano diversi piani: dallo studio, alla preghiera, alla pratica di varie tecniche come la musica, il canto, l’arte, i massaggi, l’esercizio. Il metodo utilizzato nello Yoga si avvale tra le altre cose, di esercizi fisici statici (Asana) e dinamici (Sequenze di Asana), della respirazione coordinata e consapevole (Prânâyâma), del canto (Mantra), di momenti di rilassamento guidato (Yoga Nidra), di profonda concentrazione (Dhârâna). Ma si tratta anche di uno stile di vita, appunto che  prevede il rispetto di Astinenze (Yama) e di Osservanze (Niyama), e comunque la continua e personale sperimentazione della realtà, per metterci in relazione con essa, imparare ad ascoltarci e capire e rispettare i nostri limiti.

Lo scopo di queste tecniche è l’ottenimento della posizione seduta, comoda e stabile, per raggiungere la capacità di meditare (Dhyâna) e lo stato di Estasi (Samâdhi).

Al giorno d’oggi si tende ad associare la pratica Yoga con un’alimentazione vegetariana o vegana, anche se nei testi antichi non vi era alcun divieto all’alimentazione di tipo carnivoro, al portare avanti stili di vita salutistici, senza però che si riesca a dedicare ore al giorno alla pratica Yoga, per ovvie ragioni pratiche. In effetti lo Yoga importato in occidente ha subito inevitabilmente un gioco di successive e moderne reinterpretazioni. Nonostante ciò, gli effetti che queste pratiche possono sortire sugli individui e sulle loro vite sono molteplici: a me ha donato la capacità di raggiungere un profondo rilassamento, una maggior autocoscienza, la capacità di aprire la mente, di connettermi meglio con mè stessa e con il mondo in cui vivo.

Uno degli effetti più evidenti è quello di aver innescato in una qualche misura una grossa trasformazione interiore.

Una cosa che ho presto inteso, ad esempio, è che il progresso nelle posizioni non è una battaglia contro sé stessi, ma piuttosto un abbandono fisico alle tensioni, generate proprio da questi limiti. In questo ho intravisto un insegnamento prezioso da utilizzare nella vita quotidiana. Il bisogno di controllo che abbiamo in vari ambiti della vita, dal lavoro, alla vita in casa e nelle relazioni con le persone, viene continuamente disatteso dal fatto che non si può umanamente avere il controllo completo di tutto. Le cose succedono perchè devono succedere, e se non succedono è perchè non dovevano siccedere. Quando ho iniziato a lasciare andare, ad avere fiducia nelle persone e nelle situazioni, ad abbandonarmi positivamente ho anche avuto l’impressione di iniziare ad affrontare le situazioni della vita in modo più rilassato e ad essere più felice.

Ricordo in quinta elementare, di essere intervenuta in un discorso della professoressa di religione, e aver fatto un disegno alla lavagna simile a quello che segue:

turbinii
Nel riquadro di sinistra, le linee curve che a volte si intersecano sono le linee della vita delle persone, che hanno un certo percorso e che si incrociano ed interagiscono tra di loro con modalità e frequenze diverse, comunque dotate di peculiarità uniche. In quello di destra, il nugolo di linee colorate rappresentano le medesime vite, viste da una prospettiva distaccata e sufficientemente lontana. Perdono di dettaglio e rilievo in favore di una visione più omogenea, più appiattita.

Come i pianeti e le stelle, visti da una distanza considerevole, noi e la realtà che ci circonda, i nostri pensieri e le nostre vite sono solo turbamenti temporanei di questo flusso di energia nello spazio.

Dharma


Nella tradizione si ritrova il concetto di Dharma, inteso come Ordine Naturale delle cose. Una direzione verso cui tutto tende inevitabilmente, come guidato da un’intelligenza superiore.

“Nel Dharma l’antico pensiero indiano identifica quel campo energetico originario indifferenziato che poi si differenzia dando vita ad innumerevoli energie le quali (…) crediamo di scoprire quando entriamo a contatto con qualche loro manifestazione, elencandola nella nostra lista di conoscenze.

E’ il Dharma che sostiene l’universo, che lo fa vivere, che lo rende progettuale e finalizzato, in opposizione al caos, al disordine, ai comportamenti disecologici. Quest’ordine è responsabile del nostro equilibrio, della salute fisica, del cammino di progresso. Non è artificiale, non determina una repressione delle istanze profonde dell’essere, è quella norma universale che è inscritta, come un codice genetico, nell’intimo di ogni creatura e la cui infrazione provoca una condizione innaturale, limitante e patologica, inevitabilmente segnata da conflitti e sofferenze. Non c’è progresso senza armonizzazione con il Dharma, senza armonizzazione della nostra mente alla mente cosmica, della nostra capacità intellettiva all’intelletto universale”.

“Non c’è realizzazione senza armonia con il creato tutto e le creature. Questo universo, come il nostro corpo, è un sistema organico. Nel micro come nel macrocosmo, dalle orbite dei pianeti al funzionamento di un organo o di un tessuto, troveremo sempre un sistema che funziona in maniera coerente: la più piccola cellula come il più grande corpo celeste rispondono a forze precise. Siamo immersi in un universo di mente. La materia è coscienza in espansione; come già detto è necessario imparare a guardare agli oggetti come prodotti della coscienza, del pensiero creativo. La nostra posizione nell’universo non è affatto casuale. Noi siamo parte di un progetto: quanto più vi aderiamo, tanto più saremo capaci, felici, realizzati. Questo progetto ha forze proprie, proprie regole e leggi universali, che gli Hindu definiscono Dharma, l’ordine divino e sovrano.” (Sognando Vaikuntha – M. Ferrini)

Samkhya


La filosofia del Samkhya darshana spiega in che modo il tutto abbia avuto origine. Nella tradizione viene insegnata unitamente agli Yoga Sutra di Patanjali.

Samkhya è il processo che porta alla manifestazione del mondo fenomenico iniziando dall’interazione tra Purusha (spirito/coscienza) e Prakriti (materia/non coscienza). Il dinamismo dell’universo è dovuto infatti dall’interazione di questi due elementi primordiali. Il loro contatto è indispensabile poiché lo spirito è inattivo senza la materia e la materia è cieca senza lo spirito. Tutto il processo della creazione è un atto graduale di evoluzione e sviluppo da un elemento al successivo, fino ad arrivare alla varietà della Natura come la conosciamo oggi.

Nel Samkhya viene descritta la creazione come un processo di destabilizzazione, da parte della Coscienza Suprema, delle tre forze fondamentali archetipiche della Natura materiale, i Guna. La Prakriti, dallo stadio di quiete (Pradhana), passa ad uno stadio dinamico dove si viene a creare una differenziazione degli elementi materiali che invece non era presente nello stadio di equilibrio del Pradhana.

La manifestazione degli elementi cosmici inizia da quelli più sottili, quelli che compongono la vita psichica degli esseri e procede verso gli elementi più grossolani che costituiscono la realtà fisica. Il primo elemento a manifestarsi è il Mahat o Buddhi cosmica, che è l’intelletto cosmico da cui si sviluppano vari tipi di realtà e che costituisce la matrice e la sostanza sottile di tutti i processi mentali.

Dal Mahat si produce Ahamkara, che è una scintilla di coscienza del Brahman, condizionata dalla materia e che diventa progressivamente la coscienza individuale dell’io, l’ego. In questa fase si forma una individualità separata e distorta che è responsabile della visione di un mondo oggettivo illudente e conflittuale percepito dal soggetto. Ma in realtà il vero soggetto è il purusha, il Sé, che però viene oscurato – ma non contaminato – dalle coperture e dai condizionamenti della materia.

Da Ahamkara, sotto l’influsso di Sattva guna, si sviluppa Manas, la Mente cosmica, il principio cognitivo. Manas sintetizza le informazioni ricevute dai sensi. Questa è la mente sensoriale esposta al continuo fluire delle vritti prodotte dall’interazione tra sensi ed oggetti. Manas è come uno schermo dove vengono proiettate le immagini che i sensi hanno raccolto dal mondo fenomenico, immagini con le quali l’ego si identifica e che generalmente sono distorte e non corrispondenti alla vera realtà.

Da Ahamkara, sotto l’influsso di Tamas guna, sono generati i cinque Tanmatra, gli elementi potenziali e archetipici appartenenti alla manifestazione sottile e che generalmente non sono percepibili ma desumibili per inferenza. Essi sono le essenze di: suono (shabda), tatto (sparsha), vista (rupa), gusto (rasa) e odore (gandha). Con un processo di condensazione materica e sotto l’influenza di Tamas, questi elementi generano i sensi dell’udito, del tatto, della vista, del gusto e dell’olfatto, successivamente i corrispondenti organi di percezione: l’orecchio, la pelle, gli occhi, la lingua ed il naso, e infine i cinque Bhuta, gli elementi fisici: Etere (akasha), Aria (vayu), Fuoco (tejas), Acqua (apas) e Terra (kshiti).

Il suono potenziale (shabda tanmatra), che è all’origine dell’udito e dell’orecchio è il primo elemento ad essere generato, da questo si evince l’importanza del suono nel processo di creazione e sviluppo del cosmo.

La differenza sostanziale, riguardo alla creazione, tra il modello cosmologico vedantico e la tesi del Big Bang della fisica moderna è che, la fisica si interrompe all’individuazione della coppia di elementi primitivi, mentre i Veda risalgono ad una Causa Prima, da cui prakriti e purusha, materia e non-materia, vengono originati, richiamando dunque l’intervento di una Volontà Suprema, di un Essere e un’intelligenza trascendente le proprietà fisiche, che emani e diriga la manifestazione delle condizioni primarie in cui la vita si sviluppa.’ (Filosofia Samkhya Yoga e processo di creazione – M.Stefanelli, Ph.D)

L’origine di tutto è un suono, un pensiero.