‘Il destino dell’uomo, secondo la visione tradizionale indù, è determinato dalle azioni commesse, i cui effetti, lungi dall’esaurirsi nella vita in corso, determinano ulteriori ritorni all’esistenza sotto spoglie diverse, che nella tradizione classica potevano andare da quelle vegetali fino a quelle divine, anche queste ritenute aspetti transeunti dell’essere. La concezione del samsara, il ripetersi delle reincarnazioni alimentato dal karman, l’agire che porta frutto, è già pienamente consolidata nel IV sec a.C e sentita come il ripetersi della limitazione, della sofferenza, della morte e del vincolo che imprigiona l’anima nella materia. Da qui i tentativi di neutralizzare gli effetti dell’azione per bloccare il meccanismo del karman. Vista l’impossibilità dell’inazione totale, si tentò di risignificare l’agire in un processo consapevole, ove il cammino della ritualità, della devozione e della conoscenza costituirono le tre modalità operative per trasformare la vita e giungere alla liberazione dai vincoli materiali.’ (I signori del cielo – Marillia Albanese)

L’uomo, il sé, nasce, vive, muore e si re-incarna in un continuo e ciclico ripetersi detto Samsara e per uscire da questo ciclo che causa sofferenze e patimenti egli è chiamato ad evolversi nei cicli di re-incarnazione, attuando quelle azioni volte ad innalzare a stati progressivamente superiori la sua coscienza, fino al raggiungimento di uno stato in cui non ci sia distinzione tra oggetto e soggetto, in cui ci sia unione tra il sè e Atman, il tutto.

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